Gli psicologi di Roma hanno sollevato una forte opposizione contro una recente delibera della Regione che disciplina i requisiti per gli studi professionali sanitari non soggetti ad autorizzazione. La norma richiede che le unità immobiliari utilizzate come studi professionali non siano classificate come abitazioni catastali, a meno che non siano la residenza del professionista.
Motivi del Ricorso al Tar
Circa un centinaio di psicologi ha deciso di ricorrere al Tar per contestare la delibera regionale. Gli psicologi sostengono che questa normativa potrebbe portare a costi più elevati per mantenere gli studi, difficoltà nel condividere spazi professionali e una diminuzione dei servizi psicologici disponibili sul territorio. La delibera applica criteri pensati per studi medici e odontoiatrici a una professione che richiede flessibilità e che spesso opera in contesti di collaborazione interdisciplinare.
Impatto sui Professionisti e sui Servizi
La misura impone ai psicologi di operare in strutture classificate come sanitarie, vietando l'uso di locali non designati come tali, anche quando idonei per l'attività svolta. Ciò rende difficile per gli psicologi lavorare insieme a professionisti di altri settori, come avvocati ed educatori, con cui tradizionalmente collaborano. Questa separazione potrebbe portare a un aumento delle tariffe per i pazienti, chiusure di studi e una riduzione dei servizi psicologici, in particolare nelle aree periferiche.
Reazioni degli Ordini Professionali
L'Ordine degli psicologi del Lazio ha ufficialmente chiesto alla Regione di eliminare il requisito della classificazione catastale, ottenendo l'impegno per un approfondimento. La presidente Paola Medde ha ribadito che l'Ordine continuerà a seguire con attenzione lo sviluppo della questione. Anche l'Ordine dei medici di Roma ha manifestato perplessità, auspicando modifiche alle disposizioni per renderle più chiare e applicabili, come espresso dal presidente Antonio Magi.




