Sandro Mazzola è morto a 83 anni dopo una lunga malattia. Bandiera dell’Inter e della nazionale italiana, aveva continuato, quando le condizioni di salute lo permettevano, a incontrare ex compagni e tifosi.
Nel maggio di un anno fa aveva preso parte, al ristorante di Javier Zanetti, alla festa per i 60 anni della seconda Coppa dei Campioni nerazzurra. Nel messaggio di addio, l’Inter ha scritto: «È stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra».
I successi con l’Inter e le notti europee
Il bilancio sportivo ricordato dal club comprende quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Mazzola fu capocannoniere in Serie A nel 1965 con 17 gol e in Coppa dei Campioni nel 1964 con 7 reti. Nel Pallone d’Oro 1971 arrivò secondo dietro a Johan Cruyff e, con lui in campo, l’Inter conquistò la prima stella del proprio palmarès.
Una delle scene più legate alla sua memoria resta il Prater di Vienna, nel 1964, quando segnò una doppietta davanti ad Alfredo Di Stéfano. Alla fine Ferenc Puskás gli si avvicinò con la maglia in mano e gli disse: «Ragazzo, ho giocato contro tuo padre Valentino e tu sei degno di lui: tieni la maglia».
Dalla famiglia Mazzola alla maglia nerazzurra
Il cognome di Sandro Mazzola portava inevitabilmente al padre Valentino, capitano del Grande Torino. Sui campetti dell’oratorio, un errore bastava per sentirsi dire: «Certo, suo papà Valentino era un’altra cosa». Quel paragone gli pesò al punto da fargli valutare l’addio al calcio per la pallacanestro: il Simmenthal di Cesare Rubini lo voleva. A fermarlo fu mamma Emilia: «Tuo padre si rivolterebbe nella tomba».
Scelse di restare all’Inter, nella Milano in cui giocava all’oratorio con Adriano Celentano e Tony Renis. Benito Lorenzi, centravanti nerazzurro, portava lui e il fratellino Ferruccio sul prato di San Siro prima delle partite. Erano ricordi vicini alle domeniche con Valentino allo stadio Filadelfia di Torino, dove il portiere Bacigalupo si lasciava segnare dal piccolo Sandro.
Tra i suoi maestri ci fu Peppino Meazza. In ritiro, davanti ai ragazzi della Primavera, confessò in dialetto milanese: «Ho una macchia. Ho giocato anche per il Milan». Mazzola avrebbe ricordato quell’episodio come una lezione sul valore della maglia nerazzurra.
Il presidente Angelo Moratti bloccò poi il prestito al Como che Helenio Herrera aveva proposto «per farsi le ossa». All’inizio l’allenatore lo giudicava un raccomandato; più avanti, a parti invertite, fu Mazzola a rifiutare le avances di Giampiero Boniperti e Gianni Agnelli, che lo volevano alla Juventus.
Giocate, ruoli e derby nella carriera di Sandro Mazzola
La carriera di Sandro Mazzola non coincide solo con coppe e classifiche. A Budapest, in una sera di dicembre di Coppa dei Campioni contro il Vasas, superò più difensori e anche il portiere, poi indugiò davanti alla linea prima di segnare. A Berna, con la Nazionale, palleggiò sei volte dentro l’area senza far cadere il pallone. Nel suo primo derby Inter-Milan trovò il gol dopo 13 secondi.
Poteva agire da centravanti, da regista o all’ala, adattando talento e lettura del gioco alle esigenze della squadra. Alle vittorie europee si aggiunsero le rimonte contro il Liverpool e le sfide con il Milan, parte centrale della storia nerazzurra. Per molti tifosi più giovani, la sua figurina usciva dall’album per finire sui quaderni di scuola o sulla scrivania.
L’intera vita da calciatore rimase legata ai colori dell’Inter e all’azzurro della nazionale italiana. Capocannoniere e riferimento tecnico nei momenti decisivi, anche fuori dal campo continuò a richiamare l’importanza della maglia e del lavoro collettivo. Le immagini del Prater, le notti europee e i derby hanno alimentato una memoria capace di attraversare generazioni diverse.
Rivera, il sindacato e gli anni da dirigente
La rivalità con Gianni Rivera divideva i sostenitori di Inter e Milan e pesava anche sulle scelte della Nazionale, dove la presenza di un campione poteva comportare l’esclusione dell’altro. Fuori dal campo, però, i due si incontravano al ristorante. Il rapporto superò la contrapposizione sportiva: insieme contribuirono alla nascita del sindacato dei calciatori, in un’epoca senza procuratori.
Dopo il ritiro, Mazzola proseguì il lavoro all’Inter da dirigente, prima con Ivanhoe Fraizzoli e poi con Massimo Moratti. In quella fase arrivarono altri successi oltre l’epoca della Grande Inter, mentre lui comparve anche in televisione come opinionista.
Tra gli episodi ricordati c’è il viaggio a Brescia per seguire una promessa: tornò avendo individuato un altro ragazzo, Andrea Pirlo. Fu anche lui ad accompagnare Ronaldo nella sede dell’Inter per la firma del contratto; per distinguerlo dagli altri, lo chiamava «quello vero».
Negli ultimi anni, quando la salute glielo consentiva, Mazzola aveva mantenuto un rapporto stretto con la comunità nerazzurra, tra eventi e incontri. La squadra era prima in classifica, come lui desiderava, mentre il club lo salutava ancora come «uno dei più grandi calciatori della storia».




