Il Premio Mario Verdone 2023 ha annunciato la cinquina delle opere prime finaliste, confermando il legame con il Festival del Cinema Europeo a Lecce, in programma dal 7 al 14 novembre. Il riconoscimento, arrivato alla XVII edizione, è dedicato a Mario Verdone, padre di Carlo, critico cinematografico, saggista e docente universitario di storia e critica del film.
Carlo Verdone ha usato la presentazione per collegare il premio a un tema più ampio: il bisogno di giovani talenti nel cinema italiano. "Certamente il cinema è in mano alle nuove generazioni: per forza ci vuole un ricambio generazionale senno' i film saranno sempre fatti dai soliti attori, i soliti registi che non sempre pero' riescono a centrare l'obiettivo", ha detto, sottolineando la necessità di aprire spazio a volti e autori nuovi.
I cinque finalisti del Premio Mario Verdone
I finalisti sono stati selezionati da Alberto La Monica, direttore del Festival del Cinema Europeo, insieme al Direttivo dei Giornalisti Cinematografici Italiani, Sngci, presieduto da Laura Delli Colli.
La cinquina comprende Davide Angiuli per Cattiva strada; Gabriele Berti, Giovanni Nasta e Diego Tricarico per Strike - Figli di un’era sbagliata; Mara Fondacaro per Il primo figlio; Alberto Palmiero per Tienimi presente; Tommaso Renzoni per Notte prima degli esami 3.0.
Come previsto dal regolamento, nessuno dei finalisti ha più di 40 anni. Alcuni sono particolarmente giovani, come il trio alla regia di Strike, già impegnato su una nuova sceneggiatura. A scegliere il vincitore sarà la giuria composta da Carlo, Luca e Silvia Verdone, che assegnerà il riconoscimento nel weekend conclusivo della manifestazione.
Il premio guarda a un percorso di valorizzazione delle opere prime. Tra gli autori premiati nelle edizioni precedenti figurano, tra gli altri, i fratelli D’Innocenzo, Susanna Nicchiarelli, Alice Filippi, Matteo Oleotto, Margherita Vicario e Greta Scarano, nomi che hanno poi continuato a lavorare e, in alcuni casi, a ottenere altri riconoscimenti.
Ricambio generazionale e problema di scrittura
Per Verdone, l’urgenza del ricambio nasce anche dall’esperienza diretta maturata durante i provini per la serie Vita da Carlo. In quell’occasione, ha spiegato, ha incontrato molti attori validi e registi capaci, spesso già passati da cortometraggi di buon livello. Il punto, secondo lui, è che il settore tende ancora a scegliere strade considerate più sicure, mentre nel cinema non ci sarebbe più nulla di davvero garantito.
Il nodo principale resta la scrittura. Verdone lo sintetizza così: "Di certo c'è un problema di scrittura". A suo giudizio, in una fase in cui il cinema italiano fatica nelle sale, come mostrerebbero ogni mattina i dati Cinetel da lui definiti disastrosi, l’unica strada è lavorare meglio sulle storie: idee più originali, soggetti meno prevedibili e uno sguardo più personale sulla realtà.
Il regista collega questa difficoltà anche al clima generale, che descrive come poco favorevole alla creatività. Ha evocato un presente segnato da notizie pesanti e da una mancanza di orizzonte, molto diverso, a suo dire, dagli anni Sessanta e Settanta. Nonostante questo, ha ribadito la volontà di cercare qualcosa di nuovo e di offrire una possibilità a un talento, ricordando l’occasione ricevuta da Sergio Leone quando aveva 28 anni.
Laura Delli Colli ha condiviso il richiamo alla necessità di un passaggio generazionale. Il sindacato, ha ricordato, svolge a sua volta un lavoro di scouting anche attraverso alcuni riconoscimenti introdotti nell’ambito dei Nastri d’Argento.
Il monito sui rischi dell’Intelligenza artificiale nel cinema
Accanto al tema dei giovani, Verdone è tornato sui rischi dell’Intelligenza artificiale nel cinema. La sua posizione resta netta: sì alla creatività, no all’algoritmo quando rischia di sostituire professionalità centrali del settore. Secondo il regista, un ingresso troppo invasivo dell’Ia potrebbe mettere in difficoltà scenografi, sceneggiatori, registi e doppiatori.
Per spiegare la sua preoccupazione, ha raccontato di avere ricevuto una copia di Borotalco realizzata con l’Ia, in cui tutti parlavano giapponese con sottotitoli in italiano. La resa del volto, ha detto, funzionava solo in parte e comparivano anche altri cambiamenti. Dopo cinquanta minuti ha interrotto la visione, chiedendosi se quello possa essere il futuro del cinema e concludendo con un netto rifiuto di quella prospettiva.




