Il governo punta a mettere la fiducia sulla riforma del sistema di voto alla Camera. Giorgia Meloni, ospite di Bruno Vespa su Rai 1, ha legato l'esito del passaggio parlamentare alla permanenza dell'esecutivo: in caso di bocciatura, ha detto, le dimissioni sarebbero la conseguenza.
Il dossier arriva dopo il voto di luglio sulle preferenze, quando la maggioranza di centrodestra fu battuta alla Camera per un solo voto. Il testo della legge elettorale è ora all'esame della commissione Affari costituzionali; l'arrivo in Aula è previsto per fine settembre, dopo gli emendamenti, mentre le pregiudiziali delle opposizioni dovrebbero essere discusse il 1° ottobre.
Perché la fiducia sulla riforma elettorale
La scelta dell'esecutivo riguarda gli articoli modificati dal Senato, compreso quello sulle preferenze elettorali in Italia. Proprio quel punto aveva aperto la frattura nella maggioranza durante l'estate, perché l'emendamento non era passato con voto segreto.
Dopo settimane di trattative, gli alleati hanno trovato una mediazione sulle cosiddette preferenze “temperate”. Il meccanismo è accompagnato dai capilista bloccati, cioè indicati dai partiti, e ha superato il passaggio a Palazzo Madama. Il centrodestra ha retto anche davanti alla proposta del Pd sulle preferenze libere, tema sul quale Fratelli d'Italia ha costruito negli anni una battaglia politica.
Meloni ha spiegato il ricorso alla fiducia come un modo per verificare il sostegno parlamentare dopo la sconfitta precedente. «Quando non è passato l'emendamento sulle preferenze alla Camera con un voto segreto si è detto che il governo non aveva più la fiducia del Parlamento», ha detto. Poi ha aggiunto: «Chiaramente nel momento in cui torna alla Camera credo che vada fatta chiarezza sull'accusa che veniva fatta».
Il nodo politico per Giorgia Meloni
La premier ha collegato direttamente il voto alla stabilità del governo. «Se non c'è la fiducia nel governo, penso che dovremmo prenderne atto», ha affermato. Alla domanda se questo volesse dire andare a casa, la risposta è stata: «Esattamente».
Sul piano istituzionale, la bocciatura di un testo sul quale il governo ha posto la fiducia porta l'esecutivo a presentare le dimissioni e apre una crisi. Per questo la fiducia sulla legge elettorale diventa non solo un passaggio tecnico sulle regole del voto, ma anche un test politico per la maggioranza.
Meloni ha inoltre difeso lo Stabilicum, escludendo che una legge possa garantire da sola la vittoria alle elezioni: «Io non credo che ci si possa cucire addosso le leggi elettorali, perché la gente ti vota se ti vuole votare, se non ti vuole votare, non c'è legge elettorale che tenga. Solo che nel tentativo di vincere delle elezioni, quando la gente non ti vuole votare, ti giochi pure la faccia, che è comunque la cosa più preziosa che abbiamo».
Emendamenti, scrutinio segreto e Rosatellum
Prima dell'Aula restano da esaminare circa sessanta emendamenti, tutti depositati dalle opposizioni. Circa quaranta arrivano in forma unitaria dal campo largo, che comprende Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e +Europa.
Il percorso prevede due votazioni distinte: prima la fiducia, poi il voto finale sulla riforma. Su quest'ultimo passaggio le opposizioni potrebbero chiedere lo scrutinio segreto, lasciando spazio a eventuali franchi tiratori. Le date indicate per il voto sono giovedì 8 o venerdì 9 ottobre.
La riforma del sistema di voto riguarda il modo in cui vengono eletti i parlamentari. Se il confronto parlamentare dovesse concludersi con la caduta dell'esecutivo, lo scenario sarebbe quello delle dimissioni di Giorgia Meloni e di elezioni anticipate con il Rosatellum, la legge oggi in vigore.




